In questo post Carli Lloyd descrive nella sua esperienza di maternità confrontandolo con la sua vita da pallavolista. La regista statunitense ha raccontato nel suo blog “Show up with me” di come il corpo insegni che possiamo fidarci di lui, di noi, della vita, del cambiamento… perché tutto quello che serve c’è anche se non sempre è visibile e ogni cosa che c’è sa esattamente quale è la sua funzione, e a noi ogni tanto non ci resta che rilassarci e semplicemente lasciar fare.

 

Estratto dal blog di Carli Lloyd  – tradotto in italiano

“Il mio corpo è stato la mia casa per 31 anni. Per più di vent’anni, come un veicolo, mi è servito per perseguire la mia passione, giocare a pallavolo. È stato maltrattato e messo alla prova per più e più volte.

Gli ultimi otto mesi sono stati diversi. Il mio corpo sta semplicemente facendo cose che sapeva già fare da solo. Cresce in posti dove non aveva mai fatto prima. Si espande, si assesta e provvede a tutte quelle cose essenziali per il piccolo essere umano che cresce dentro di me.

La differenza tra la gravidanza e fare sport è che non sto chiedendo al mio corpo di fare nulla di tutto questo. Non è stato grazie a una richiesta, né grazie all’allenamento o alle ripetizioni o ad un modello da seguire, non gli è stato insegnato niente. Questo processo è successo senza che dovessi fare un singolo pensiero.

Per quanto tutto questo sia bello, fenomenale e incredibile… mi ha anche messo molto alla prova. Ho dovuto rinunciare a qualsiasi tipo di controllo pensassi di avere sul mio fisico.

Penso che una delle sfide più grandi della gravidanza sia imparare ad accettare e ad adattarsi al cambiamento. Accettare che le cose potrebbero essere per sempre diverse per il mio corpo e adattarmi ai cambiamenti sarà la mia nuova normalità.

Durante questa “tirata finale” sto facendo del mio meglio per amare e accettare dove sono. Resistere al cambiamento e sperare che qualcosa vada diversamente da come va, è di gran lunga più pesante, emotivamente, mentalmente e fisicamente. Mentre invece sto scoprendo che permettere alla scomodità di esserci, testimoniandola senza giudicarla, mi fa sentire molto meglio.

Siamo qui caro corpo – per anni ti ho chiesto milioni di cose e ora tutto da solo, ti vedo fare cose miracolose.”